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Letteralmente, la parola stretching significa “allungarsi”: lo stretching è infatti quella specifica attività fisica che prevede l’allungamento muscolare per il mantenimento di uno stato sciolto e disinvolto della flessibilità e della mobilità corporea.
Generalmente, viene fatto prima e dopo l’attività sportiva, ma può essere un ottimo alleato anche nella quotidianità, ad esempio per sciogliere tensioni dovute a rigidità posturali dovute, per esempio, alle tante ore che si passano seduti nella stessa posizione.
Per comprendere meglio di cosa stiamo parlando ci siamo rivolti a Marialisa Petrucci, professionista laureata in Scienze Motorie, chinesiologa, preparatrice atletica e personal trainer. Grazie al suo prezioso contributo, oggi avremo occasione di parlare del ruolo dello stretching, approfondendo dettagli e caratteristiche delle due tipologie maggiormente utilizzate – statico e dinamico – per osservarne le differenze.
Come abbiamo anticipato, quando parliamo di “stretching” facciamo riferimento a quell’insieme di esercizi che hanno come finalità l’allungamento dei muscoli, al fine di aumentare l’elasticità muscolo-tendinea e incentivare quindi la flessibilità e mobilità del corpo.
Lo stretching sollecita le fibre muscolari, il tessuto connettivo (ovvero tendini, fascia, legamenti, ecc.), la struttura ossea e articolare, portando ad alcuni importanti benefici. Tra questi:
fizkes/gettyimages.it
Questa pratica fu formalizzata nel 1975 da Bob Anderson, ex corridore americano che, prendendo spunto dallo yoga e da altre discipline orientali, ha sviluppato questa pratica, che ha poi continuato a evolversi negli anni dividendosi, principalmente, in quattro tipologie:
Approfondiamo ora le differenze tra stretching statico e dinamico, le due varianti più diffuse e utilizzate, per comprendere al meglio di cosa si tratta e in quali casi è consigliata l’una o l’altra modalità.
Si tratta della tipologia più conosciuta, anche per la facilità di esecuzione. Con stretching “statico” si intende infatti l’allungamento graduale di un muscolo alla volta, con il mantenimento della posizione allungata per 30 secondi e oltre.
Come afferma Marialisa Petrucci, ciò che è davvero fondamentale nella fase di stretching – così come durante tutto il ciclo dell’allenamento – è mettere al centro le caratteristiche specifiche della persona, considerando con attenzione la funzione biomeccanica che si desidera ottenere, potenziare o stimolare. “Proprio per questo”, spiega Petrucci, “lo stretching statico rischia di essere una pratica un po’ sopravvalutata: allungare un muscolo alla volta non tiene davvero conto né delle peculiarità del singolo individuo, né della reale necessità del corpo. L’essere umano, infatti, non muove i muscoli singolarmente, ma è sempre all’interno di un flusso”.
Lo stretching dinamico, come vedremo successivamente, è quindi più propedeutico sia all’allenamento che allo svolgimento corretto delle attività quotidiane.
Osserviamo più da vicino pro e contro della pratica statica, per comprendere quando, effettivamente, può essere indicata, per chi e in che modalità.
PeopleImages/gettyimage.it
Alla luce di una recente ricerca sullo stretching statico e di uno studio sugli effetti a esso collegati, appare sempre più chiaramente che questo tipo di esercizio:
“Lo stretching dinamico”, prosegue Marialisa Petrucci, “rispetto a quello statico garantisce una preparazione più adeguata all’attività fisica, predisponendo il corpo a compiere la funzione richiesta dalla specifica prestazione che si va a svolgere”.
Questa tipologia, infatti, prevede l’allungamento dei muscoli per non più di 5-6 secondi all’interno di un movimento complessivo, aumentando progressivamente la mobilità articolare, la velocità di esecuzione dei movimenti, o anche entrambi in modo combinato.
filadendron/gettyimages.it
Lo stretching dinamico è quindi un insieme di gesti e posizioni simili al tipo di attività fisica che si andrà a compiere successivamente, e quindi maggiormente propedeutico.
Ad esempio, un giocatore di basket, durante un allenamento o una partita, non compie solo allungamenti: dovrà piegarsi, contrarsi, e poi allungarsi in modo esplosivo, saltare e atterrare. Ecco perché avrà necessità di preparare il suo corpo a compiere tutti questi movimenti, che non sono solo basati sulla tensione del muscolo in allungo, e non coinvolgono solo – come accennato prima – singoli muscoli o tendini, ma interessano l’intero sistema fisico.
Proprio per questo, quando si parla di stretching dinamico, ci dice Marialisa Petrucci, s’intende una tipologia di stretching sistemico, che lavora con attenzione sulle catene cinematiche, ovvero l’insieme di fasce, tessuti, articolazioni, tendini e muscoli che collegano i diversi distretti di tutto il corpo. Si ottiene così un’attività fisica costituita da un insieme di movimenti eseguendo i quali si mantiene in salute il nostro apparato locomotore e si lavora con attenzione sull’obiettivo di benessere e prestazione fisica che si è preposti.
“Riguardo al tema dello stretching”, prosegue Marialisa Petrucci, “stiamo cavalcando l’onda di un cambio di visione, in cui il corpo viene valutato e allenato in un’ottica globale di movimento funzionale”.
Per questo, i problemi di flessibilità e mobilità non vanno affrontati con processi statici, ma con il movimento: quindi, con esercizi attivi, di mobilità, di forza e propriocezione – la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio –, in modo da dare sempre più input ai recettori che comunicano al sistema nervoso centrale stimoli di deformazione, tensione, pressione, velocità, eccetera.
A proposito di questa concetto innovativo, Gary Gray – insieme ad altri studiosi del Gray Institute, struttura dedicata alla training education, di cui è CEO – hanno coniato il termine “mostability”, che fonde la mobilità e la stabilità, considerandoli come principi della funzione umana, ovvero “la giusta quantità di movimento alle articolazioni giuste nei piani di movimento giusti nel momento giusto”.
Mobilità senza stabilità, e viceversa, portano a movimenti di scarsa qualità e a potenziali lesioni: per ciascun gesto c’è una combinazione ottimale di queste due componenti, che produce quindi una migliore abilità nel compiere gesti.
Nello specifico:
La combinazione di questi due elementi, specifica Marialisa Petrucci, dà quindi vita alla mostability: alla luce di questa nuova visione, la comprensione dell’organizzazione del movimento sarà strettamente collegata alla componente connettivale – ovvero la fascia muscolare – che unisce tutto il corpo in un continuum tridimensionale.
Anchiy/gettyimages.it
La mostability è, ad esempio, la chiave per diventare corridori migliori: chi corre è sempre alla ricerca di un equilibrio tra il miglioramento della velocità e delle prestazioni, evitando contemporaneamente fastidiosi infortuni da uso eccessivo che possono escludere da grandi gare. Mentre le routine di forza e lo stretching costante sono pezzi importanti dell’intero puzzle, la chiave per raggiungere l’equilibrio come corridore è la capacità di combinare con successo stabilità, ovvero forza, e mobilità, ovvero movimento. In una parola: mostability.
In che modo, quindi, questo influisce sui corridori? Marialisa Petrucci ci guida alla comprensione di questo concetto innovativo spiegandoci che “l’anca è un’articolazione dinamica che può – e dovrebbe – muoversi su tutti e tre i piani di movimento (sagittale, frontale, trasversale) per sfruttare l’azione dei glutei, il gruppo muscolare più grande del corpo, ovvero i ‘migliori amici’ di un corridore. È qui che entra in gioco la mostability”.
Se un corridore non ha la libertà di movimento dell’anca in uno dei tre piani di movimento, allora non è in grado di caricare e reclutare con successo i suoi glutei. Mobilità senza stabilità pone le basi per prestazioni scadenti, infortuni o entrambi.
Comprendiamo quindi, prosegue Petrucci, che gli esercizi di stretching o di rafforzamento, da soli, non sono sufficienti per ottenere una buona mostability: i corridori dovrebbero allenare la mobilità e la stabilità in modo funzionale, ovvero iniziando con esercizi di mobilità dinamica e finendo con esercizi che mettono alla prova la capacità dei loro muscoli di controllare questa nuova gamma di movimento.
Tutti gli specialisti del movimento devono determinare se il loro cliente manca di mobilità, stabilità o di entrambi: dopo aver identificato i deficit che inibiscono la funzione, è necessaria una strategia logica e tarata sul soggetto in questione.
“Per comprendere la modalità di stretching più adatta per ciascuno”, prosegue Marialisa Petrucci, “è quindi fondamentale elaborare un programma ad hoc per ogni persona che decide di sottoporsi ad attività fisica, e che quindi sperimenta anche lo stretching. Se si vogliono ottenere buoni risultati, che siano quindi davvero propedeutici allo svolgimento di esercizi ginnici e al benessere del corpo, non possono esistere soluzioni uguali per tutti e tutte: proprio per questo è fondamentale affidarsi a un professionista”.
Per elaborare una buona routine di stretching è infatti fondamentale valutare:
Solo dopo questo tipo di analisi sarà possibile capire quale insieme di movimenti è più adatto e quali esercizi possono essere necessari.
AzmanL/gettyimages.it
Come abbiamo visto, entrambe queste tipologie di stretching concorrono al miglioramento di alcune funzioni corporee, ed è importantissimo sapere quando è più indicata compiere un tipo di esercizio statico oppure dinamico, ben consapevoli dei pro e dei contro.
“È fondamentale considerare anche lo stretching”, afferma Petrucci, “all’interno di un tipo di allenamento funzionale, ovvero l’allenamento che porta il soggetto a essere abile per la funzione a cui è destinato o all’obiettivo che vuole raggiungere”.
Può trattarsi di una performance sportiva, o del miglior svolgimento di attività quotidiane: in ogni caso, si andrà a elaborare un insieme di esercizi e di stretching con precisi obiettivi funzionali dove, per esempio, si andranno a replicare movimenti che si svolgono ogni giorno, al fine di renderli sempre migliori.
“Sarebbe davvero importante giungere ad inserire, nella nostra cultura sanitaria e nella nostra quotidianità”, conclude Marialisa Petrucci, “il concetto di una vera e propria ‘igiene del movimento’ – proprio così come quella dentale, ad esempio – condizione nella quale il corpo, abituandosi a muoversi in modo corretto, pian piano incamera le giuste modalità di movimento, e si sente quindi più forte e sicuro”.
Inoltre, è importante considerare che eseguendo un movimento che rispetti le caratteristiche individuali e le potenzialità del soggetto e assumendo sempre più consapevolezza della proprie capacità fisiche diminuiscono anche i rischi di infortunio, specialmente durante l’attività sportiva, sia di elevata che di bassa intensità.
Come sa bene chi pratica sport, è comunque fondamentale fare riferimento a professionisti di fiducia, come personal trainer, preparatori atletici e fisioterapisti che sappiano accompagnare l’atleta durante il percorso di raggiungimento dei propri obiettivi.
È inoltre molto importante potersi rivolgere a specialisti anche in caso di problematiche, dolori o infortuni: a questo proposito può essere utile sapere che esistono agevolazioni sanitarie, come la Card Fisioterapia di SiSalute, marchio di UniSalute Servizi, che prevede di accedere a trattamenti riabilitativi a prezzi agevolati e sconti presso strutture convenzionate.
E voi, praticate stretching? Se sì, di che tipo e con che obiettivo?
Altre fonti:
cusb.unibo.it
paginemediche.it
salute.gazzetta.it
researchgate.net
pubmed.ncbi.nlm.nih.gov
grayinstitute.com
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